
Riprendendo il discorso fatto poc'anzi sul rapporto tra bambini e guerra, parliamo di un'altro tema importante, ovvero, come avrete intuito dal titolo, il rapporto tra i bambini e la morte. E qua vado di autobiografico. Il mio primo incontro con la morte è stato puramente immaginario. Ero piccolo, avrò avuto al massimo 6 o 7 anni, forse anche di meno, quando, steso sul letto della camera matrimoniale, fissavo la fotografia sul comodino di mio papà che ritraeva una vecchia signora dallo sguardo severo, e chiesi a mia madre: "Chi è quella signora?". La risposta, ovviamente, era "la mamma di tuo padre, tua nonna paterna". "E perchè non l'ho mai incontrata?", chiesi ancora. "Perchè è morta poco prima che tu nascessi". Ora, questa cosa mi lasciò molto perplesso. Perchè mai avrebbe dovuto morire poco prima che io nascessi? Poteva essere in qualche modo colpa mia? Dubbi da bambino delle elementari, quando ti fai di quelle seghe mentali che... vabbè. A quell'età non capivo bene cosa fosse la morte, specie quella di una persona che non avevo mai conosciuto, ma che in qualche modo capivo mi appartenesse, come una nonna. Poco tempo dopo incontrai più da vicino la morte, quando, nel 1997, mancò anche la nonna materna. Non dimenticherò mai la mattina che, svegliandomi nella cameretta a casa del nonno (eravamo a Napoli per il Natale e per presentare alla famiglia la neonata Erica, mia sorella), trovai tutte quelle persone sconosciute (parenti vari) nel soggiorno. Una rapida colazione e via, a casa di una zia, in attesa. Così anche il giorno dopo. Alla fine, venni a sapere da un cugino della mia età che "la nonna era morta". Così, sbattuto in faccia. E nessuno mi aveva detto niente per dei giorni. Ero sconvolto e incazzato come solo un bambino sa essere. E peggio ancora fu la sera stessa, quando finalmente mio padre, riportandomi a casa, attaccò un discorso del tipo "la nonna ha preso un aereo per andare in cielo..." eccetera. Gli dissi subito che sapevo che era morta, e finita lì; come a dimostrare di essere più grande di quello che ero. Ovviamente non era vero, ma quando sei bambino e vuoi crescere in fretta, non ce n'è: lo fai. Insomma, dei ricordi che ho di quell'evento, ne ho pochi di dispiacere per la morte in sè, e di più per il cilindro di ignoranza nella quale ero stato rinchiuso, come se non fosse stato più semplice spiegarmi direttamente cosa fosse successo: la morte fa parte della vita, purtroppo prima o poi arriva per tutti, dunque a che pro nasconderla, mascherarla? Capisco i primi anni di vita, ma una volta raggiunta una certa maturità mentale, i bambini sono pronti a capire anche questo argomento difficile, come quando scamazzano una formica e si chiedono come mai non si muova più. Ho cercato pertanto di adottare un modo altrettanto giusto di descrivere la morte in Nauros, che non fosse troppo sdolcinato o troppo patetico, anche se a volte queste cose vengono in automatico, quando si tratta temi di questa portata.
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